CURA. New York Frame
La relazione tra individuo e moltitudine, il rapporto tra il sè e il dove, tra cultura e consumo sogno e aberrazione. Questo è il viaggio che Gianluca compie anche quest’anno scegliendo lo sguardo come strumento narrativo. Dopo il viaggio letterario sulla città, con Ennealcubo: New York e Altre Metafore (in uscita in marzo per Liguori Editore, Napoli), l’artista, sardo d’adozione, sceglie la fotografia per raccontare le inquietudini e la meraviglia della Metropoli espansa.
E non è un viaggio fatto di luci quanto, piuttosto, di ombre che vivono, di umanità rumorosa e paziente, di fantasmi sotterranei. La città che vive della complicità taciuta tra gli ultimi e i potenti nella prospettiva sorprendente di un socialismo del contemporaneo. Maria D'Ambrosio
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SCRITTI.Estratto di Ennealcubo: New York e Altre Metafore
Ho flussi brevi. Chiari. Modificano la corsa degli oggetti. Ora tramo una sezione statica del mio respiro. Sto lavorando su degli autoscatti, che verso sulla bellezza accidentale che governa lo spazio, sulle parole che travisano la percezione. Moto su moto inverso.
Notte ancora. West Broadway, in basso, trasalito dalla bella luce che costerna i passanti, decine di corpi addolciti dalla sera. La città si fa camminare addosso, tutti esprimono un punto di vista estemporaneo, crudo, mediato dalla sola distanza che c’è tra il pensiero e gli oggetti.
Alcune centinaia di anime impazzite celebrano la loro onnipotenza, definendo, di fatto, chiusa la propria esperienza da esseri vivi. Io elaboro e conteggio, esplodo e riassetto.
Mi offro. Ho bisogno di raccogliere le mani tutte, annodarle all’andamento principale. Ne ho bisogno per smettere di associare i miei occhi ai tormenti dell’addio, a quelli di un impossibile arrivederci, per tornare alla condizione benedetta di “cosa” estranea ai luoghi.
Ho visto altro. Sulla Ninth avenue si accasciano. Si lasciano addormentare il cuore. Un uomo mite. La sua donna. Tre denti in due. Le mani appese ai polmoni infetti. Le gambe poltiglia d’uomo a marcire sotto le coperte inumidite con l’acqua e le viole. La Cura non chiede dimora. E lei dolcissima ad accarezzare la morte. Bocca su bocca. Solitudine su solitudine. Gianluca Vassallo