CURA. Il volto innanzitutto.
E tutti i rotocalchi lo praticano: il culto del volto per ‘adorare’ la celebrità come icona e quindi come ‘modello’ di riferimento, oggetto speculare dentro cui far riflettere e risuonare, o piuttosto far ribaltare e rovesciare, il senso del potere e di chi lo esercita.
Le icone del presente, scelte da Gianluca Vassallo per un possibile discorso sul potere politico e spirituale, sono i volti, e le mani, gli occhi, il sorriso, di Papa Benedetto XVI, di Silvio Berlusconi, di Barack Obama, di Ruhollah Komeyni. Quattro volti ma anche tanti punti di vista differenti sulla politica, un modo di incarnare la forza, la volontà, la responsabilità, o la mera seduzione del ‘capo’. In ogni caso sono facce esibite e costruite per inquietare, oltre che per sedurre. Perché tra le pieghe, le rughe o le crepe del sorriso e della pelle, si apre o traspare dell’altro, annunciando o solo lasciando intuire legami e nessi fuori dall’ordinario e dall’ufficiale. Produrre ed esibire queste opere ha dunque il senso di mettere in mostra i ‘meccanismi’ istituzionali del potere, la loro forma, e pure il loro contrario. Complice un uso dell’immagine che ne viola la statica bidimensionalità e prova ad aprire alla multidimensionalità e alla profondità che è dei volti, che è delle parole, che è del loro reciproco contaminarsi in un gioco di sovrascritture che rendono ciascuna opera fitta come la trama di una tela e risonante come la scena di un teatro antico.
Il volto, ciascuno dei quattro volti, è dunque esso stesso opera, prosa, icona, simulacro e oggetto totemico, ‘ritratto’ da occhio e da mano d’artista digitale la cui prosa sul mondo non può che ricorrere a un linguaggio sincretico e irriverente, per sottrarre lo sguardo all’ovvio e al banale. Ed è proprio l’occhio e lo sguardo dell’artista a farsi presente e ad offrirsi esso stesso in quanto ‘opera’: l’occhio e lo sguardo dell’artista artigiano narratore del mondo e delle sue molte facce, l’occhio e lo sguardo che moltiplicano e rendono plurale la necessaria carica poetica ed estetica dello stare a questo mondo. Il volto dell’artista e i volti dei potenti.Una relazione che parte dagli sguardi e che produce un’eco assordante che smuove l’uno e gli altri a farsi interpreti di una più rarefatta e di una mai perduta (ma spesso perdutamente dimenticata) Bellezza. Ecco le opere cantare a noi e a se stesse un’ode – dirompente – che fanno dell’arte una continua e viva performance attraverso la quale rifiutare il senso mortifero del potere e scoprirne quello più ‘magico’ della creazione e della variazione del Bello. Maria D'Ambrosio